Fra la Sardegna e l’Argentina, nasce l’Isola felice del design

 

Manuela Del Rio è architetto e fashion designer. Ha origini olbiesi, e da tre anni vive a lavora a Cordoba, dove nel 2012 ha inaugurato “Isola”, uno spazio espositivo e creativo aperto alla moda italiana e argentina. Ma è soprattutto una viaggiatrice, che sogna le mete che verranno senza perdere di vista il suo passato.

Cosa significa scambiare i confini isolani con gli spazi infiniti dell’Argentina? Manuela racconta di averlo fatto per studio… e per amore. Durante il corso di laurea in Architettura a Torino conobbe Juan, il suo attuale compagno. Dopo tre anni di distanza e la tesi di laurea a Buenos Aires, decise di trasferirsi a Cordoba: “Uno dei due doveva prendere la decisione di avvicinarsi all’altro, e l’ho presa io! In realtà, sapevo sin dall’inizio che questo viaggio mi avrebbe resa più vicina anche a me stessa”. Degli studi come architetto, conserva il gusto per le linee definite e le strutture essenziali, insieme alle basi pratiche che l’hanno aiutata a immaginare le sue creazioni, la boutique “Isola” e i suoi spazi.

Negli ultimi anni, l’Argentina le ha dato la sensazione di poter fare tutto: “Quando sei lontana da casa, sei più libera di seguire le tue inclinazioni, magari dedicandoti a quei progetti a cui non avevi mai dato spazio. Certo, quando ti rendi conto di non avere un amico con cui parlare di mostre, perché pochissimi sono interessati all’arte e al design, questo ti rattrista”. Così, nel 2012 ha dato vita al progetto “Isola”, una boutique che vuole ricordare la Sardegna, ma allo stesso tempo è un’isola felice all’interno della città.

La sua scelta è frutto di tanti piccoli passi. “Quando sono arrivata, tre anni fa, ho voluto dare spazio alla mia passione per il cucito. Sono entrata in contatto con Marta, una sarta del mio quartiere, e non mi sono più fermata”. Dopo le giornate trascorse in laboratorio ad apprendere le tecniche di base, frequenta vari corsi di sartoria, taglio, cucito e stilismo sperimentale, continuando ad aggiungere competenze e strumenti al suo bagaglio da artigiana. Poco a poco, inserisce le sue creazioni fra quelle esposte nella boutique, osservando le reazioni della clientela. “Quando qualcuno sceglie un mio vestito, provo una grande soddisfazione”.

Ma a volte, Manuela ha l’impressione di parlare una lingua sconosciuta: “Il progetto che sto portando avanti è di nicchia, tanto a Cordoba quanto a Buenos Aires: una sorta di selezione gourmet della bellezza e dell’arte. Qua i gusti sono molto chiusi e omologati, ma se trovi una persona che ha voglia di provare cose nuove, verrà conquistata da ciò che fai. Ho dovuto cercare di adattarmi al mercato perché non è possibile ignorare il contesto in cui si inserisce un’attività, ma ho sempre mantenuto uno stile diverso da quello degli altri negozi”.

Isola le permette di entrare in contatto con persone che altrimenti non avrebbe mai incontrato. Anche le stiliste che ha promosso negli ultimi mesi rispecchiano la sua anima: Daniela Sartori propone creazioni simmetriche e rigorose, mentre Luz Ballestero lavora con le asimmetrie, unisce materiali diversi sovrapponendone gli strati, creando nodi in una confusione apparente. “La loro contrapposizione è perfetta, e rispecchia il mio percorso”.

I progetti futuri vedono l’Isola del design cambiare forma e trasformarsi da boutique a shop online, un po’ per spirito di sopravvivenza rispetto alla crisi che non risparmia le terre latine, un po’ per la grande determinazione della sua creatrice a non cedere di fronte alle difficoltà. Il web, ancora una volta, diviene una zona neutrale per chi ha scelto di mediare fra la terra di origine e quella d’adozione, valorizzando il meglio di entrambe.

Ad esempio, in Argentina i veri stilisti sono nati a partire dal 2001, quando la grande crisi economica ha reso impossibili i viaggi in Europa per lo shopping e l’acquisto di campionari. A quel punto, sono nate le scuole di moda nazionali e le prime generazioni di fashion designer. La new wave argentina di seconda generazione ha uno stile più definito e personale rispetto a quello dei predecessori. “Le giovani stiliste che ho deciso di promuovere in questa stagione – continua Manuela – non hanno nemmeno trent’anni, e hanno una visione molto più chiara del mercato, oltre allo spirito di chi vuole sperimentare e affermarsi”.
Oltre a promuovere giovani artiste argentine, le piace dare spazio ad alcuni marchi italiani: “Abbiamo uno standard di qualità e cura dei dettagli che, per quanto sembri scontato, in realtà è molto difficile da ritrovare quando ci si allontana. Qua non si punta all’eccellenza, il motto nazionale sembra essere “lo atamos con alambre”: tutto ciò che non funziona, può essere rammendato. Certo, questa filosofia del recupero è importante, ma non sarebbe meglio puntare sin dall’inizio a un buon risultato? Ci si accontenta solo quando non si è coscienti di poter avere il meglio”.

Dalla Sardegna, invece, ha portato con sé alcuni oggetti che arricchiscono la boutique: una citazione della “Vedova scalza” di Niffoi, un arazzo ispirato alla tradizione tessile isolana e una citazione di Maria Lai: “Dell’artista scomparsa di recente, condivido la visione della crescita e del viaggio: attualmente non riesco a immaginare di fermarmi, unisco la nostalgia alla voglia di scoperta, da un punto di vista personale e non soltanto geografico”. Per alcuni, il futuro è soltanto un’idea, a volte minacciosa e incerta.

Per Manuela, è un luogo. Quello in cui ci si sente a casa.

 

 

Articolo a cura di Simona Durzu, pubblicato su http://www.lollove.com

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È la mafia, bellezza. Non puoi farci niente?

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“Da ragazzina scrivevo qualsiasi cosa. Sognavo di diventare giornalista sin da piccolissima, e guardavo con molta ammirazione le persone che potevano scrivere sui giornali. Ho iniziato a fare qualche esperimento alle superiori, nel giornale della scuola che ho amministrato per qualche tempo. La seconda occasione si è presentata con il Servizio Civile nel mio comune (Cinquefrondi), realizzando un piccolo “foglio” mensile distribuito gratuitamente che riportava le notizie più importanti della comunità. Dopo gli studi in Scienze della Comunicazione, ho chiesto di poter collaborare alla redazione del quotidiano ‘Calabria Ora’ ”.

La storia di Angela Corica, giornalista ventinovenne, comincia così; seguendo il percorso naturale per chi sogna di scrivere non più per se stesso, ma per gli altri. Eppure, quel momento la porterà a crescere più in fretta dei suoi coetanei. Perché il mestiere più bello del mondo non si accontenta del talento, esige il coraggio.

Dalla sua curiosità nasce la passione per le inchieste giornalistiche: “Non mi accontentavo delle notizie che arrivavano in redazione, ho imparato in fretta che il vero lavoro si impara per strada, e prestavo molta attenzione ai discorsi della gente”. Così, le lamentele dei cittadini che abitavano nei pressi della discarica comunale attirano la sua attenzione e la portano a verificare di persona le chiacchiere di paese. E a scoprire che i rifiuti destinati alla raccolta differenziata e raccolti nella discarica fuori città non vengono smaltiti secondo le procedure previste, ma regolarmente dati alle fiamme. In un primo momento, si limita a descrivere sul quotidiano ciò che ha potuto osservare, ma negli articoli successivi riporta i dati e gli atti ufficiali, dando vita a una vera e propria inchiesta. Perché avviene tutto ciò? Che fine fanno i fondi destinati alla raccolta? E sopratutto, chi sono i responsabili? Le risposte arrivano in fretta, ma non piacciono a tutti: la Questura pone i sigilli alla discarica, il Comune viene costretto a chiuderla e a bonificare l’area, i vincitori dell’appalto tacciono. Almeno fino a quando, nella notte del 28 dicembre 2008, lo sportello della sua auto viene crivellato da cinque pallottole. “Non so dirti se quell’episodio sia legato all’inchiesta: non ne ho mai avuto la certezza. Posso dirti però che vivo in una realtà in cui, quando si scrive, per suscitare le reazioni di qualcuno bastano una parola o un aggettivo sbagliato. In un piccolo comune di 6500 abitanti ci si conosce tutti, e quando scrivi di qualcuno sai bene cosa ti può succedere e quali reazioni potresti scatenare”.

Tuttora, le indagini della polizia non hanno individuato i responsabili.

Passato prossimo.

In seguito all’accaduto, come è cambiata la sua consapevolezza dei rischi legati alla professione? “All’inizio, la mia visione romantica del giornalismo mi portava ad avere un approccio molto ingenuo. Quando capisci che la realtà non è solo quella che ti raccontano, ma anche quella che vivi sulla tua pelle, la consapevolezza diventa diversa e capisci che puoi essere anche in pericolo. Ma subito dopo, grazie anche all’aiuto della redazione e dei miei colleghi, ho scelto di andare avanti e continuare a occuparmi di quelle tematiche, e di farlo ancora meglio”.0f30908c0057e225eb11f85b91c7a0fc

Dopo qualche anno, però, la stessa redazione che l’aveva sostenuta e aiutata viene stravolta dai cambiamenti al vertice: il direttore viene costretto a dimettersi dopo la richiesta, da parte degli editori, di modificare la linea editoriale in seguito ad alcuni articoli che coinvolgevano il Governatore della Calabria e i presunti rapporti con le cosche. Il direttore decide di non accettare il compromesso e lascia il giornale, seguito dalla maggioranza dei redattori principali.

Angela prosegue la collaborazione per altri tre mesi, “Per me era molto duro lasciare la redazione nella quale avevo assunto un ruolo più importante, ma quando ho capito che tutti i tristi pronostici negativi si stavano realizzando, me ne sono andata”. Sotto la guida del neo-direttore Sansonetti, infatti, ‘Calabria Ora’ smette di occuparsi delle inchieste e non garantisce più ai suoi giornalisti la libertà d’informazione. Senza il sostegno della redazione, diventa quasi impossibile portare avanti le battaglie dell’informazione sulla legalità.

Comincia così la collaborazione con Malitalia, prima libro-reportage e poi progetto editoriale di Enrico Fierro e Laura Aprati. Per l’irrequieta giornalista, la lontananza dalle inchieste ha vita breve: su consiglio degli editori, comincia a occuparsi delle elezioni comunali a Rosarno, comune noto per i suoi floridi raccolti di arance e illegalità. Il candidato sindaco presenta infatti delle liste che includono personaggi appartenenti alla giunta precedente, sciolta per mafia.

Perfino le “assenze” di alcuni candidati vengono giustificate: al loro posto, compaiono i nomi di figlie, mogli e parenti di vario grado. Angela provvede alla pubblicazione dei nominativi, accompagnandoli alle informazioni di base e alla storia giudiziaria di ciascun candidato.

Gli articoli portano con sé non soltanto una querela, ma una serie di comizi pubblici nei quali i candidati, mostrando la sua foto, incoraggiano i cittadini di Rosarno a reagire alle sue “cialtronerie” con la violenza.

“Sono stata forte del fatto che avevo scritto la verità, e che ogni informazione fosse documentabile. La cosa peggiore è stata subire, sul web e sulla mia mail personale, le continue minacce dei cittadini che messi di fronte alla verità continuavano a voler difendere l’onore dei candidati. È stata una situazione molto pesante, anche se tuttora assisto a casi simili, spesso eclatanti. Ad esempio, ad Avellino la sfida nella candidatura a sindaco è tra De Mita e Mancino. Tutti sanno che cos’ha fatto De Mita e che cosa ha fatto Mancino, ma la gente continua a votarli: quando si creano certe logiche di clientelismo, è difficile lasciarsi il passato alle spalle”.

Giovani, carini e molto precari.

L’Italia, a fronte di un’alta percentuale di giornalisti, non può vantare una presenza altrettanto forte del giornalismo d’inchiesta. La maggioranza dei giovani giornalisti vive una situazione di precarietà e mancanza di retribuzioni minime e tutele legali. È molto più difficile sostenere le spese legate alle inchieste e alle eventuali querele, anche perché queste ultime possono essere avviate anche quando non sussistono gli elementi concreti per farlo. “Se hai un giornale alle spalle e un contratto da collaboratore, la legge prevede che la testata se ne faccia carico. Ma se i contratti non vengono stipulati e il lavoro del giornalista è precario, la minaccia di una querela viene utilizzata come un vero e proprio bavaglio”.

A difendere la possibilità e la voglia di proporre approfondimenti e inchieste, è -sempre più spesso- la stampa online. Come nel caso di Malitalia, che “Sta portando avanti nuove idee e nuovi progetti senza avere nessuno alle spalle. È un’esperienza entusiasmante: siamo pochi, così come i nostri mezzi, però abbiamo già pubblicato due ebook…e presto ne uscirà un terzo sulla strage di Ustica. Con dei giovani motivati che credono veramente in un progetto, forse è più semplice fare delle cose senza censure, dando modo a ognuno di noi di esprimere la propria professionalità e capacità. Pensiamo di crescere ancora, e vogliamo darci nuovi obbiettivi, diventando un progetto molto più ampio.

L’ebook uscirà il 27 giugno. L’autore, Francesco Perrella, è un giovane aspirante giornalista ventenne che studia Giurisprudenza a Roma. È stato molto bravo, perché nelle sue interviste ha usato del materiale inedito, ricostruendo tutta la storia della strage e i suoi retroscena in maniera egregia. Per una semplice questione anagrafica, lui non poteva aver conosciuto di persona i fatti di Ustica: forse è questo che l’ha spinto a portare avanti le sua ricerca, privato del carico emotivo di chi invece poteva ricordarla. Ha lavorato molto, incontrando e dando voce a tutti i protagonisti della vicenda, inclusi i familiari delle vittime”.

Il punto G della rete.

La scelta della pubblicazione in formato ebook non è legata soltanto alla necessità di abbattere i costi, ma alla voglia di rendere le inchieste “fruibili e consultabili da più persone possibili”. In questo senso, in cosa l’editoria online può aiutare i giornalisti freelance e a quali condizioni?
“La rete in generale ci mette di fronte a questo tipo di problematiche: sul web è possibile reperire qualsiasi tipo di informazione, perché è uno spazio libero, aperto a giornalisti e blogger. Il rischio è che certe volte, nel caos generale, si dia risalto a fonti poco attendibili. La regola dovrebbe esserci: va bene la libertà. Ma le regole del giornalismo dovrebbero essere presenti ovunque, tanto in rete quanto sulla carta stampata. Bisogna recuperare il senso di responsabilità che porta a scrivere sulla base di documenti e notizie effettivamente riscontrabili, e non solo sulla base di opinioni e cose scritte per sentito dire: potrebbe diventare un uso improprio della rete, persino pericoloso”.

Da soli, i giornalisti non possono far emergere tutta la verità. Allora, quali sono i contributi più importanti e quelli di cui si avverte maggiormente la mancanza? Angela tace per qualche secondo, poi replica decisa: “Sì, è vero che da soli i giornalisti non possono fare molto, ma nessuno di noi deve sottrarsi a quel poco che può fare. Se pensassimo che i nostri contributi non portassero a un cambiamento, nessuno di noi farebbe più niente. Certamente c’è bisogno di una stampa più libera. Libera dai partiti, libera da condizionamenti, libera da interessi di tipo economico. Purtroppo dietro ai giornali, specie nel caso delle grandi testate, ci sono anche i grandi imprenditori con le mani in pasta un po’ ovunque. I giornali vivono quello che succede nella politica e nel governo, sono la stessa faccia del potere e non hanno la possibilità di muoversi autonomamente. La libertà è un esercizio difficile di fronte a interessi molti più grandi. I giornalisti non possono far altro che prendere atto di queste regole implicite, e pensare che non si possa fare nient’altro. In realtà siamo ancora molto indietro rispetto a questo tema, e tanto c’è da fare. Dovrebbe esserci la possibilità di dare spazio a più voci, anche giovani, perché può essere un modo per dare visioni diverse rispetto a ogni argomento trattato. Siamo a un punto di saturazione, i cittadini vogliono più chiarezza. Quanto è importante che la gente si faccia avanti e partecipi con le sue denunce all’informazione? Pensiamo al caso degli imprenditori che denunciano l’attività delle mafie: se questa diventasse la norma, e non più un caso isolato, allora le cose potrebbero realmente cambiare”.

Attualmente, la critica mossa ai giornalisti li accusa di essersi “seduti”, e di svolgere la loro professione principalmente al desk, avendo perso il gusto del ricercare informazioni di prima mano, non più banali riscritture dei comunicati stampa giunti in redazione o reperiti online.
“In alcuni casi, la questione è molto pratica, perché le piccole testate non hanno a disposizione i fondi per pagare le trasferte dei collaboratori. Nonostante questo, ritengo sia indispensabile guardare in faccia il tuo interlocutore, capire con chi stai parlando, riportare il giornalismo alla sua vecchia scuola, l’unica: la strada. Io ho frequentato l’università e numerosi corsi di scrittura, redazione e ufficio stampa, ma ho appreso il mestiere solo facendolo. Con nessuna nozione teorica ho capito come si scrive un articolo, ma mettendomi in gioco”.

Per rabbia o per amore

A fronte dei problemi vissuti dal punto di vista umano e professionale (non dimentichiamo che Angela ha “pagato” la scelta di lasciare il suo primo giornale con la perdita del posto di lavoro e la necessità di trasferirsi a Roma, dove vive e lavora tutt’oggi), l’impressione avuta durante l’intervista su Skype è quella di una persona il cui entusiasmo non ha fatto che aumentare con gli anni. La liceale che dirigeva il giornale scolastico è ancora presente, ma è diventata una donna consapevole dei limiti e delle sfide del proprio mestiere. “È un fatto caratteriale. Diciamo che sono una “tosta”, nel senso che le difficoltà non mi hanno mai messo tanta paura. Quel poco di lavoro che posso fare, quando lo faccio, mi dà molte soddisfazioni. Ad esempio, grazie a degli articoli scritti per Malitalia ci sono state delle interrogazioni parlamentari, e questo è importante. Significa che se il tuo lavoro è ben fatto, ed è basato sulla verità, ci saranno dei riscontri nella realtà. Nessuno di noi oggi può permettersi di stare con le mani in mano, e di aspettare che qualcun altro faccia le cose al posto suo. La legalità non è soltanto agitare le bandiere, fare convegni e manifestare, è rimboccarsi le maniche e fare qualcosa. Credo che se ogni giorno ognuno di noi facesse qualcosa, questo Paese di corrotti e corruttori potrebbe cambiare. Il mio entusiasmo è solo passione, perché ho il difetto di credere nelle cose che faccio”.

Non contenta, ha anche il difetto di continuare a mettere in cantiere nuove idee e nuovi progetti.
Augurandole di riuscire a dar vita al prossimo quanto prima, vi invito a seguire le sue attività sul blog di Malitalia e su “Il Fatto Quotidiano“!

Architect and the City: Georgina Lalli

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“Quando avevo otto anni e mi sono trasferita dall’Argentina alla Sardegna, erano gli anni Novanta. Eppure, quando si è trattato di richiedere l’ammissione alle elementari, sono stata accettata da una sola maestra: le altre pensavano che non fossi in grado di imparare l’italiano!”

Chissà se il merito spetta a quella prima sfida, ma nei 22 anni successivi Georgina Lalli non ha mai smesso di imparare. Ha cambiato città e nazioni, alla volta di nuove esperienze umane e professionali, fino ad approdare al prestigioso BAM Studio di New York.

Durante l’intervista, ripete spesso “Sono stata fortunata”.
Eppure, credo che in realtà quella fortuna sia stata costruita con gli stessi toni allegri e decisi della sua voce.
Chissà, forse mi darete ragione. Anche se è un peccato che dobbiate accontentarvi di leggere le risposte: il suo entusiasmo vi avrebbe contagiati in un attimo.

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Dopo la laurea in Architettura a Firenze, il ritorno sull’isola e sei mesi in attesa di un tirocinio qualificato sono più che sufficienti per prendere la decisione di cambiare nuovamente progetti e città.

La scelta ricade sulla Spagna, per il costo della vita più contenuto e la possibilità di fare esperienza in uno studio affermato. L’anno successivo, con la pubblicazione del Master and Back, comincia a considerare l’idea di approfondire gli studi. “Se puoi usufruire di un rimborso, allora devi puntare al meglio”: così, la scelta ricade sull’ambita Columbia e la londinese Architectural Association. Ottiene l’ammissione a entrambe, ma sceglie la prima in quanto la Scuola britannica dell’Ordine degli Architetti non rientra nei termini previsti dal bando. A cosa è dovuta una selezione basata esclusivamente su università straniere?

“Le università italiane offrono tante basi, ma poca specializzazione. Un architetto viene considerato giovane fino ai quarant’anni, perché questa professione ha dei campi di conoscenza talmente ampi che è impossibile pretendere di sapere tutto in cinque anni. Però non ti vengono dati gli strumenti giusti, non si accede al mercato del lavoro con le capacità richieste. Il mio interesse era quello di colmare le lacune in campo tecnologico. La Columbia, fra le università americane, rimane quella più avanzata e allineata alle novità: ad esempio, noi abbiamo imparato a sviluppare app, codici di programmazione, software di scripting e disegno. Quando sono arrivata, le lezioni erano già cominciate e mi trovavo indietro rispetto agli altri studenti. Ci ho ripensato pochi giorni fa, ascoltando una delle TED talks in cui una sociologa parlava del ‘fake it til you make it‘: è stato così anche per me. Lo è tuttora. Se non me la sento, mi tiro su e…vado!”.

Le graduatorie del Master and Back vengono presentate soltanto alla fine del percorso, così Georgina chiede un mutuo, senza avere ancora la certezza del rimborso. “Per essere appetibili nel mercato del lavoro, bisogna essere pronti a investire sulla propria formazione e su se stessi. In Italia siamo troppo abituati ad aspettare l’occasione perfetta che ci evita di rischiare. Il sistema assistenzialista degli ultimi decenni sta fallendo, e finché non cambieremo idea su ciò che ci spetta di diritto e ciò che invece dobbiamo conquistare, le cose non andranno avanti”.

Frequentare un master negli Stati Uniti implica l’estensione del visto, per consentire ai neolaureati di inserirsi nel mercato lavorativo. Trascorso il primo anno, è necessario avere alle spalle una compagnia che sponsorizzi il visto da lavoratore. Difficile, ma non impossibile: gli stessi tutor universitari si attivano per fornire collegamenti e dar vita a incontri lavorativi, e dopo i primi mesi da freelance è possibile approdare a contratti più stabili. Stabilità che non significa permanenza: la flessibilità riacquista un’accezione positiva e permette di ritrovare un lavoro perso in meno di un anno, oppure di migliorare e cambiare la propria posizione, senza i sensi di colpa tipicamente europei della rinuncia a un “posto fisso”, che di fatto non rientra fra le opzioni professionali.

 

Dal novembre 2011 a oggi, Georgina viene assunta come project manager in una nota compagnia di New York che si occupa prevalentemente di health care. Velocità, serietà e capacità di management sono parole chiave: “Quando lavori con il commerciale, riesci a produrre in tempi brevi un sacco di disegni grazie al BIM, un programma in versione avanzata di cad che permette di essere più efficienti, grazie all’inserimento di una quantità di informazioni molto più ampia. Questo agevola le collaborazioni con altre categorie professionali come ingegneri meccanici o elettrici, e permette di rendere lo studio un’impresa competitiva sul mercato”.

Senza mai dimenticare la vocazione al design, l’esperienza le permette di accumulare conoscenze nel campo del business, sempre più utili e richieste, e che vorrebbe esportare in Italia, dove “Ci sono tante persone in grado di eccellere nel loro lavoro, ma non di fare i manager. Tante piccole imprese sono in grado di redistribuire la ricchezza meglio che negli Stati Uniti, dove le corporazioni la fanno da padrone; però mancano quelle competenze specifiche del project management”.
Il confronto fra i suoi due mondi la riporta all’interesse principale: “C’era molta più sostenibilità nelle costruzioni degli antichi Romani che negli edifici più moderni. Ora bisogna pensare a sistemi di massima, è una questione di equilibrio fra ciò che ti è permesso dal mercato e ciò che viene richiesto dal cliente. Ma se i clienti non vengono informati ed educati ai benefici apportati dai nuovi metodi, sceglierà la soluzione che gli appare sostenibile nel breve termine. È inutile che l’architettura reclami la sostenibilità, se questa non parte da un livello strutturale. È possibile concepire una vertical farm nel mezzo di una città congestionata dal traffico?”

Fra le sue tante case, Georgina sceglierebbe volentieri l’Italia e la Sardegna. Ma la prospettiva di tornare senza avvertire un cambiamento la trattiene: “Quello che sta succedendo in Italia mi preoccupa. Quando arriveremo a quarant’anni, temo che non saremo capaci di gestire le cose, perché non ci saremo mai assunti delle responsabilità. L’idea della formazione post-laurea dev’essere affrontata in modo più serio: sembra quasi che la gente non abbia più paura di perdere il suo tempo. Se non decidi di fare qualcosa della tua vita quando sei in grado di farla, che cosa ne sarà quando avrai quaranta o cinquant’anni? Ho sempre cercato di fare le migliori esperienze possibili, dal master all’aver lavorato in Giappone con Kuma. È importante perseverare, continuare a cercare sempre il meglio. Devi decidere che tipo di persona sei: quella che prende il primo treno, sapendo che la porterà vicino alla meta ma si fermerà a ogni stazione incontrata e ci metterà più tempo; oppure quella che prende solo il treno express che la farà arrivare subito. Io sono una di quelle persone che prendono il primo. Se nel frattempo ne trovo uno più veloce e posso prenderlo in corsa, lo faccio. Ma non riesco a stare ferma ad aspettare”.


 

Young, wild and freelance.

“Essere freelance? Se non ti piace o non hai una vera passione, è un lavoro che sconsiglio. Per arrivare a dei risultati, ci vuole tempo. Tempo e disciplina”.

Questo post parla di Claudia Zedda: non ha ancora compiuto 35 anni, ma ha già all’attivo tre blog d’autore, una carriera da freelance, abilità artigiane e culinarie, due libri e -a breve- una nuova arrivata.  Se siete alle prese con un periodo di scarsa autostima, non leggetelo. Se vi piace lamentarvi della crisi, non leggetelo. Se pensate che il lavoro giusto sia quello che garantisce il minimo sforzo e la massima resa, non leggetelo.

Oppure leggete e meditate, gente. Meditate.

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In principio fu la facoltà di Lettere.

Subito dopo la laurea, Claudia comincia a cercare lavoro attraverso i canali convenzionali, ma bastano poche settimane per realizzare che in questo modo non sarebbe possibile rimanere in Sardegna, né rendersi indipendente dal punto di vista dei guadagni.

E tutto questo nonostante la disponibilità a svolgere lavori poco attinenti al suo percorso: durante gli anni dell’università, infatti, ha sempre alternato le sessioni di studio a semestri come lavoratrice stagionale; “Cameriera, addetta alla cucina, ripetizioni…insomma, mi sono data da fare. A un certo punto, mi hanno addirittura consigliato di omettere la laurea dal curriculum: fino a quel momento, non avevo realizzato appieno quanto la situazione dei lavoratori sardi fosse peggiorata. Ho lasciato il lavoro in cui mi avevano suggerito di ‘nascondere’ i miei titoli, e mi sono rivolta al web”.
Una scelta che oggi viene presentata come una fonte di guadagni facili, un modo per ottenere risultati con minimi sforzi. Invece, è proprio Claudia a sfatare il mito del freelance come scorciatoia per il mondo del lavoro.
Dopo infinite ricerche notturne e tanti dubbi legati a un momento così particolare, la scoperta della possibilità di costruirsi una carriera autonoma porta alla conoscenza del primo cliente. Le commissioni, nel 2008, si aggirano intorno ai due euro per 300 parole. Da lì, la voglia di cominciare a costruire un percorso più personale e l’apertura dei primi blog: con “Essere Freelance” e “Claudia Zedda” approfondisce i temi legati alla scrittura per il web, per poi specializzarsi nel campo della tradizione sarda, una passione portata avanti con i suoi studi e concretizzata nella tesi di laurea, in seguito pubblicata.
Gli esordi portano con sé numerose notti in bianco: “Il primo anno lavoravo anche durante il fine settimana. Chi pensa che scrivere per il web possa portare subito notorietà e guadagni, sbaglia: ci vogliono tempo, pazienza e poca presunzione. Purtroppo, molti ragazzi pensano che lavorare online significhi svegliarsi alle undici del mattino e fare solo quello che si desidera. Se non hai costanza e organizzazione, non combini niente”.
Quando ha aperto i suoi primi tre blog, infatti, il primo obiettivo non era quello di avere degli introiti, ma di conoscere persone con percorsi similari e aumentare la conoscenza del web, con le sue dinamiche e regole non scritte.
“Il web è davvero una sorta di piccolo villaggio, ci si conosce tutti: se ti fai una brutta reputazione, sei fuori. Bisogna produrre contenuti originali, rispettare le fonti ed essere molto corretti con tutti, pena la tacita esclusione dal circuito professionale”.
Un vantaggio offerto dalla sua scelta professionale è la possibilità di gestire il proprio tempo in maniera autonoma, guadagnando quei minuti preziosi che i genere ci vengono sottratti dagli spostamenti verso il luogo di lavoro. Certo, in alcuni mesi (come ottobre e la tarda primavera) il rendimento economico diventa incerto, oscillando fra l’inerzia e il sovraccarico di lavoro improvviso; in questi casi, l’importante è porsi dei limiti e cercare di “staccare” mentalmente, con sessioni di lavoro intense e regolari, ma non interminabili: “Se non ti concedi nessuna pausa, riuscirai a scrivere bene nove articoli su dieci, ma l’unico pezzo debole sarà quello che rimarrà impresso nel cliente”.

Al di là di regole e sacrifici, però, resta comunque il punto di forza di questa modalità lavorativa: le passioni contaminano la scrittura, e viceversa. I nuovi viaggi e le mete locali da riscoprire, oppure gli interessi temporanei come il wedding planning, diventano occasioni per mettersi ancora alla prova. E così quelli “datati” ma mai abbandonati, come il turismo e le tradizioni sarde.
“Ci sarà sempre bisogno di raccontare l’artigianato”, sorride Claudia. Quando si è avvicinata a queste attività per passione, si è resa conto di quanto la gratificazione data dal produrre qualcosa in prima persona superasse quella data dal lavoro subordinato, o dal ricevere in dono prodotti industriali. “Perché ne parlo? Perché l’artigianato richiede molta competenza e professionalità, ed è giusto che le persone capiscano che chi produce un cestino, chi intaglia una maschera o crea un gioiello sta facendo qualcosa di impegnativo, e sta recuperando tradizioni che altrimenti andrebbero perdute. Quei manufatti parlano della cultura materiale di un luogo, che si nasconde dietro agli oggetti e alla loro produzione. Le persone si sono allontanate dalla realtà materiale, io invece penso che proprio in essa si possa trovare la soluzione per uscire da questa crisi”.
Un altro interesse che guida il lavoro di Claudia Zedda è il turismo: dall’osservazione del modo in cui viene gestito in Sardegna, nascono proposte e riflessioni.
Una forte passione per l’archeologia la spinge a cercare quei luoghi nascosti e ignorati dai circuiti turistici più noti, dovendo far fronte alla mancanza di indicazioni e all’incuria riservata alla maggior parte dei siti, nonostante la loro importanza storico-culturale. Questo, aggiunge, può rappresentare un grave ostacolo anche alla conoscenza del territorio da parte dei turisti che non si accontentano di una Sardegna da cartolina, e vorrebbero saperne di più. “La nostra realtà culturale e tradizionale non è semplice, affinché riprenda vita è necessario che qualcuno la racconti e accompagni le persone nella scoperta”.

La soluzione a questi problemi arriva dalle piccole realtà alberghiere locali, come i bed and breakfast a conduzione familiare, con gli stessi proprietari che si propongono come anfitrioni delle località visitate: ospitalità, confidenza con il territorio e conoscenza della gastronomia sono i vantaggi offerti da queste persone, purché questo avvenga nel rispetto della cultura. Troppo spesso, infatti, le necessità del turismo danno origine a fenomeni che allontanano gli eventi dai contesti giusti: sarà per questo che si festeggia il Carnevale in estate?

La distorsione culturale viene alimentata anche dagli stessi circuiti che dovrebbero annullarla: non è raro che alcuni successi letterari basati sulle figure della tradizione finiscano per assorbirne la vera natura, attirando nuove curiosità verso l’isola per poi offrire risposte superficiali. Un’altra proposta che emerge dalla nostra chiacchierata è quelle di favorire l’impiego degli studenti come guide all’interno dei circuiti cittadini e non; in primis Tuvixeddu, il cui fascino naturalistico non viene valorizzato, a fronte di un interesse archeologico vittima di decisioni infelici.
“Devi conoscere la tua cultura, per poterla raccontare nel migliore dei modi. Quando si parla di janas, ad esempio, si parla di leggende e tradizioni, ma anche dei luoghi a loro legati: inizi a trattare degli argomenti più sensibili”. Quella stessa curiosità che ha condotto le ricerche per la sua tesi, divenuta poi il libro “Creature Fantastiche“, raccontando i personaggi del Pantheon sardo e dando voce alle storie di quelli meno noti ma ugualmente affascinanti. L’elemento di connessione fra creature ed elementi naturali, cultura e luoghi correlati, restituisce un ritratto fedele della tradizione, invitando il lettore a proseguire la scoperta in autonomia, da un viaggio all’altro.
Argomenti in seguito ripresi in maniera più approfondita -e strettamente legati alla figura femminile sull’isola- nel suo secondo libro, “Est Antigoriu“: “Non ho corso il rischio di essere ripetitiva, per il semplice fatto che ho la sensazione di non avere mai concluso le mie ricerche, né portato alla luce tutto il materiale”.
E quando rivela che dopo la nascita di sua figlia porterà a termine il primo romanzo, la sensazione è davvero quella di aver trovato una persona che fa di ogni meta un nuovo punto di partenza. Come riesca a farlo senza abbandonare la Sardegna è un mistero…oppure, riascoltando una frase pronunciata durante l’intervista, è una lezione da imparare.

“I giovani sardi vogliono andare via, ma non credo che questo sia dovuto solo alla situazione attuale: c’è poca conoscenza delle bellezza di questa terra, e ciò che non si conosce non può essere amato e valorizzato. E se non ami il luogo in cui cresciuto, oltre il naturale istinto di fuga dei vent’anni, allora non puoi amare nemmeno ciò che sei e il tuo presente”.

Articolo e intervista a cura di: Simona Durzu
 Gallery: Claudia Zedda



Destinazione Timbuktu: datemi un’app e immaginerò un mondo

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“È sempre stata una ragazzina ribelle. I suoi capelli ne sono la prova”.

Sul sito di Timbuktu, startup di cui è cofondatrice, Francesca Cavallo si presenta così.
Nonostante i successi ottenuti negli ultimi anni, e la consapevolezza di aver cambiato per sempre le regole dell’editoria digitale, l’enfant terrible della tecnologia non ha perso i suoi segni particolari: un migliaio di ricci neri (ciocca più, ciocca meno) e la capacità di immaginare nuovi percorsi.
Fra il mondo che vede, e quello che saprà creare.

Timbuktu è un luogo reale, bellissimo, ma è anche una parola che evoca le avventure più esotiche, con il loro carico di intuizioni e scoperte.
Un po’ come quelle fatte da Elena e Francesca quando, nel 2010, assistono al lancio dell’iPad. L’interattività offerta dalla “tavoletta”, unita alla facilità d’uso dimostrata dai più piccoli nativi digitali, dà vita a un magazine che crescerà insieme alle sue giovani ideatrici.
Da allora, l’app creata per i piccoli e adorata dai grandi non si è più fermata, partendo dal Working Capital di Telecom Italia nel 2010, fino alla vittoria del Mind the bridge nel 2011 e l’inclusione nell’acceleratore 500startups, nel 2012.

Le app per l’infanzia di nuova generazione hanno ricominciato a scommettere sulla cura dei contenuti e sul talento degli illustratori. Fino a pochi anni fa, i prodotti editoriali d’autore venivano acquistati più dai collezionisti che non dai genitori, abituati a puntare dritto su libri di scarsa qualità, o su quelli legati all’ultima serie televisiva trasmessa (sì, Peppa Pig, ce l’ho proprio con te).

Finalmente,  sembra che le cose stiano cambiando e che i genitori stiano scegliendo di abituare i loro piccoli alla scoperta e…alla bellezza.

Ho chiesto a Francesca, pugliese classe 1983, di raccontarmi la sua storia e quella di Timbuktu. Le sue risposte, arrivate direttamente da San Francisco con una rapidità sorprendente, si sono rivelate molto più di una semplice chiacchierata.

Cominciamo?

Ciao Francesca, come si arriva dalla Puglia a Timbuktu?

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Con tanti piccoli passi e molta molta energia. Al momento della scelta dell’università, ero indecisa tra “Scienze Umanistiche per la Comunicazione” e una scelta piu’ classica e (apparentemente) sicura come Economia. Mia madre mi disse “rispettati”. Mi sono sempre rispettata, ho sempre fatto le cose che mi piacevano di più, impegnandomi fino in fondo per fare al meglio possibile. Ho fatto l’Università, poi mi sono diplomata come regista alla “Paolo Grassi” di Milano, ho fondato una compagnia teatrale e insegnato teatro ai bambini. E passo dopo passo, e progetto dopo progetto, a un certo punto ho incontrato a Milano Elena Favilli che stava lavorando al progetto di una rivista su iPad e aveva vinto un premio con Working Capital. Qualche tempo dopo, insieme, abbiamo deciso di fondare Timbuktu.

Quali sviluppi avevi immaginato all’inizio del vostro percorso? E quali immagini ora, a distanza di tre anni e tanti esperimenti?

All’inizio il nostro obiettivo era quello di dare vita a una rivista digitale per bambini. Ora, a distanza di tre anni, abbiamo capito che quello che vogliamo costruire è un’azienda che indichi una nuova via nella editoria digitale per bambini attraverso una molteplicità di prodotti: giochi, prodotti educational, ed esperienze dal vivo.
Stiamo infatti per lanciare, proprio in Italia con la collaborazione di Digital Academia, un workshop in cui insegneremo ai bambini a creare una app, a partire da un concept elaborato insieme a loro.

 Timbuktu nasce insieme all’iPad: qual è il potenziale più forte che avete visto in quella che allora era una novità?

Il potenziale che abbiamo intravisto era quello di una tecnologia “invisibile” e immediata. L’iPad, a differenza del computer, permette una interazione diretta con il contenuto, non mediata dalla tastiera o dal mouse. Questo ci sembro’ da subito un vantaggio enorme per avvicinare i bambini a dei prodotti editoriali di nuova generazione, per questo decidemmo di fare di Timbuktu la prima rivista touch screen per bambini.

Dalla favola orale a quella digitale: cambiano gli scenari, ma non l’importanza dei characters. Qual è il ruolo dei personaggi all’interno della rivista? In che modo riesce a rinnovarsi mantenendo una continuità con il passato?

I characters sono una delle novità che abbiamo introdotto nella nuova versione di Timbuktu. Ci siamo resi conto che aiutano molto i bambini a stabilire una connessione emotiva con la rivista, li aiutano a immaginare un mondo all’interno del quale si può giocare e imparare in compagnia di alcuni personaggi un po’ buffi. In questo modo, quando i bambini vedono un character, sanno cosa aspettarsi da quella storia e possono godersi l’attività di quel mese, perché sono in compagnia di qualcuno che conoscono già. Se i personaggi cambiano ogni volta, per loro è più difficile orientarsi.

Ogni numero di Timbuktu è un vero e proprio issue incentrato su un tema: come viene scelto?

Scegliamo il tema sulla base della rilevanza nella vita dei bambini di un certo argomento in quel momento dell’anno (per esempio il numero che abbiamo appena pubblicato e’ sulle vacanze estive) e sulla base di che cosa sta succedendo nel mondo e di quali temi vogliamo approfondire per dare ai bambini degli strumenti per affrontare l’attualità attraverso il gioco e l’immaginazione.

Recentemente, avete lanciato due nuovi titoli di app, “La candela di sego” e “Lo Schiaccianoci”. Ci racconti com’è andata?

Lo Schiaccianoci” era una storia che avevamo pubblicato su Timbuktu Magazine a puntate, per Natale. Aveva avuto uno straordinario successo, quindi abbiamo deciso di farne un libretto a parte. È un piccolo gioiello con le straordinarie illustrazioni di Philip Giordano e le musiche di Tchaikovski che ci rende molto orgogliosi. In Italia Lo Schiaccianoci è tra i primi in classifica nella sezione libri dell’App Store praticamente da quando l’abbiamo pubblicato.

La Candela di Sego” è la prima fiaba mai scritta da Hans Christian Andersen, ed è stata scoperta lo scorso Ottobre. Pare che Andersen l’abbia scritta quando aveva 18 anni. Per quanto la storia risulti oggi un po’ datata, ci sono i temi portanti dell’opera di questo straordinario scrittore. La speranza, la volontà e la voglia di superare le difficoltà, la forza della vita. La storia ci ha commosso molto e abbiamo deciso di farne un piccolo adattamento. Siamo stati i primi al mondo a portare questa fiaba su iPhone e iPad!

La favola della buonanotte diviene interattiva ed esce dagli schemi, adattandosi a diversi momenti della giornata: un invito per i genitori a passare del tempo di qualità con i loro figli?

I genitori sono estremamente importanti nel processo di crescita dei bambini. Fin dall’inizio i nostri prodotti sono sempre stati progettati per fare in modo che genitori e bambini potessero davvero divertirsi usandoli insieme.

Il magazine propone ricette, attività e giochi, e a breve darà vita alla prima app che insegna ai bambini come preparare la pizza: anche all’era del touch piace sporcarsi le mani?

Il magazine ora è mensile. Ogni mese c’è un numero composto da 9 storie interattive e giochi in inglese, che insegnano ai bambini la matematica, la grammatica, e la scienza attraverso delle storie divertenti.

La nostra app in uscita e’ Oscar Pizza Chef, ed e’ nata dall’esigenza di insegnare ai bambini quali ingredienti ci sono nelle 10 pizze classiche italiane. L’invito è poi quello a farle davvero le pizze, ed è per questo che il 18 giugno faremo un laboratorio al Children’s Creativity Museum di San Francisco per insegnare a 20 bambini americani e ai loro genitori come fare da zero una vera pizza italiana.

In un’intervista avete dichiarato che Timbuktu “è uno spazio coraggioso, che non ha paura di raccontare le cose ai bambini e che sopratutto li vuole rendere partecipi del racconto del mondo”; dimostrando di voler formare dei piccoli lettori consapevoli e curiosi. Durante la lettura, cominceranno a fare domande “difficili” ai loro genitori: siamo sicuri che alla fine solo i più piccoli avranno imparato qualcosa di nuovo?

No, non ne siamo sicuri. Anzi l’obiettivo di Timbuktu è proprio l’opposto! Le nostre app e la nostra rivista puntano a creare uno scambio reale con i bambini, in cui la conoscenza non è qualcosa che si tramanda, ma qualcosa che si costruisce insieme attraverso l’esperienza e l’immaginazione.

La carica del rinnovamento sta arrivando anche in Italia, con un numero crescente di eventi rivolti a chi vorrebbe intraprendere questo percorso. Ma prima che “startup” e “innovazione” diventino parole talmente abusate da veder svanire il loro significato, puoi dirci cosa significano per te? Ci aspetta un ritorno al vecchio modo di fare impresa, attraverso nuovi mezzi, oppure possiamo augurarci che il cambiamento sia di tipo diverso, la cosidetta social innovation?

Ci sono tanti modi di fare startup e di fare innovazione. Senz’altro c’è molta strada da fare per costruire un ecosistema che sia in grado di superare alcuni limiti strutturali dell’Italia. Noi crediamo che la cosa importante sia imparare a condividere idee e risorse, e creare reti di qualità. Non ci si può aspettare che l’innovazione sia tutta rose e fiori, non lo è da nessuna parte del mondo. Ma non dobbiamo lasciare che questo ci scoraggi, dobbiamo buttarci e mettere un po’ da parte il cinismo che spesso ci contraddistingue. Ci saranno cose belle e cose meno belle, ma non c’e’ cosa più pericolosa che restare immobili!

Volete continuare a seguire Francesca e Timbuktu? Detto fatto!
Se invece volete scoprire altri consigli per aspiranti startupper, li trovate qui.

E infine…se volete scaricare il magazine, ma non avete a disposizione nessun bambino di copertura, fatelo pure: posso garantirvi che non sarete soli.

Articolo e intervista a cura di Simona Durzu
Gallery: web

Aiuto, ho fatto una startup!

Avete presente quella scena di Pretty Woman in cui la protagonista si prende una rivincita sulle commesse del luxury shop?
Nell’ultimo fine settimana mi sono sentita così, e lo rifarei subito.

Startup Weekend è una nota competizione mondiale fra aspiranti startupper.
Quando ho scoperto che avrebbe fatto tappa a Cagliari, la prima idea è stata quella di partecipare come parte di un team, e descrivere l’esperienza in un’inside story: ora che le startup sono fra i temi “caldi”, i giornali fanno a gare per raccontarle…a cose fatte.

Ma cosa significa realmente farne parte?

Così, avvio le procedure di iscrizione e non ci penso più. Finché non mi viene la malsana idea di fare un tentativo al 100%, mettendomi in gioco e presentando la mia proposta di startup: dopotutto, da qualche tempo c’è qualcosa che mi stuzzica la favola.
Naturalmente, non appena ho varcato la soglia dell’Open Campus, tutto il mio coraggio è rimasto nel bel giardino esterno e ho avuto la forte tentazione di simulare un mal di pancia e svignarmela.
Ho cominciato a ripetermi che avrei potuto trovarmi in situazioni peggiori, come scappare da uno tsunami in arrivo, intervistare la Santanchè o dover invitare a cena quei conduttori di Real Time. In quel momento, sembravano tutte ipotesi più allettanti.

Settantacinque sigarette dopo, supero la paura e mi ritrovo in fila per la presentazione: solo un minuto, la forma di pitch più efficace per chi ascolta e crudele per chi parla.

Quando cominciano le votazioni, ognuno dei partecipanti ha a disposizione tre post-it da attaccare sul cartellone delle idee che preferisce.
Dopo la cena e molte risate in compagnia dei futuri vincitori (inconsapevole tavolo vip), vengono annunciati i nomi delle migliori idee selezionate. Quando viene annunciato il mio nome, reagisco chiedendo alla persona che ho accanto: “Ma chi, IO?!?”.

La regina indiscussa dei commenti appropriati.

Dopo la proclamazione, noi finalisti abbiamo cominciato a reclutare i membri dei rispettivi team, avendo a disposizione cinque minuti. Provate a immaginare un misto di Risiko, Monopoli e mercato rionale: riuscite a visualizzarlo? Ecco, ora riempite l’aria di grida come “Mi serve uno sviluppatoreee, me lo dai in cambio di un designer?” e per un attimo sarete con noi in mezzo al delirio. Quando scoprirò di essere incinta, cancellerò questa frase. I miei figli non devono sapere.

Da lì, comincia il weekend (potenzialmente) con il morto: adrenalina a mille, notti in bianco e la consapevolezza di dover imparare ogni cosa. Anche quelle che sui testi dell’università sembravano chiare, quasi immediate, diventano ostiche e contorte. Un business model sembra piccolo e innocente, finché riempire la sezione “costi” non richiede tre ore e quindici telefonate -e sono ben poche-.

Per 54 ore, come previsto dal regolamento, si cerca di mettere in piedi una proposta convincente da presentare alla giuria nel corso della serata finale.
Non so come sia andata nelle altre regioni, ma in Sardegna abbiamo avuto a che fare con il gotha, in un auditorium che pubblico e partecipanti hanno riempito fino alle ultime file.
Roba da far impallidire le temute discussioni della tesi, insomma. Eppure è andata.

Dato che il web abbonda di news sull’evento, e che potete già trovare online le impressioni da insider di Alessia Missiaglia (membro di uno dei team premiati!), non mi soffermerò sulle descrizioni “tecniche”.  Stavolta, sarò io a consegnare i premi.

Premio “Migliori vincitori”.

Qualcuno diceva “bisogna saper perdere”. Cari Rokes, lasciate che vi dica una cosa: bisogna anche saper vincere.
Quando Luca Sini racconta di aver spento la sveglia pensando “Finalmente!” dopo aver dormito tre ore, con un sorriso che cancella le occhiaie del secondo giorno, non puoi fare a meno di sperare che la sua idea vada avanti.
E quando assisti alla presentazione finale, vedendo ciò che il suo team è riuscito a realizzare in sole 54 ore, capisci che una buona idea, con la sua forza, richiama intorno a sé persone speciali. E conquista tutti, senza riserve.

Premio “Vittoria a Metà” (del cielo).

Al secondo posto, Glaamy. Con una Cinzia Carta in stato di grazia (e un carico di energia sufficiente a illuminare la Tour Eiffel per una settimana), è subito festa.
Almeno fino a quando la stampa -cartacea e online- perde un’occasione per fare bella figura, relegando la vittoria della “nostra” eroina alla questione di genere: “L’app di una donna, per le donne!”.
Dunque, cari…perché non parlate del fatto che nel 2012 il 60% della clientela di istituti termali e saloni di bellezza aveva…la barba?
Perché devo leggere che la ricerca di un’estetista last-minute è “roba da donne”?
E poi, a dirla tutta…a me è dispiaciuto non vedere nemmeno una donna fra i coach. Siamo sicuri che non ci fosse nessuna da chiamare all’appello? Mi sembrava di aver intravisto una ragazza che girava come una trottola fra i tavoli, reclutando potenziali viaggiatori per gli Usa…magari avrebbe avuto molte cose da dirci, chissà.
Stesso discorso per gli speakers: ottimi gli interventi di Carlo Mancosu e Alberto D’Ottavi; ma accanto alle loro realtà importanti e affermate non avrebbero sfigurato storie come quella di  Lea Psiche, Pamela o le fantastiche 4 di Pha.Re.Co. Essentials.

Menzione d’onore? Of course, va a Simona Savastano e Alice Soru, che hanno diretto l’organizzazione a ritmi serrati, sempre con il sorriso sulle labbra e dieci centimetri di tacco ai piedi.
Complimenti, ragazze. Se state leggendo, accetto messaggi privati con il nome del vostro integratore vitaminico: la sessione di esami è alle porte.

Premio “Star Wars”.

Non bastava offrire alloggio a un manipolo di nerd per 54 ore.
Non bastava accogliere tutti con un muro invaso dall’indimenticabile citazione “Do or do not. There is no try“.
A quanto pare gli organizzatori hanno voluto viziarci, travestendo da coach le incarnazioni del Maestro Yoda.
Sono comparsi il secondo giorno, distruggendo buona parte dei progetti e dell’autostima dei presenti. All’ora di pranzo, parecchi partecipanti fissavano il piatto o il vuoto: se il catering non fosse stato delizioso, magari vi avrebbero rinunciato. Ma basta poco per riprendersi e capire il gioco: chi muove critiche dure e riempie di domande è stato al nostro posto, nemmeno troppo tempo fa. Ci sta offrendo un’anteprima di ciò che saranno gli incontri con gli investitori, le perplessità di chi giudicherà il progetto, l’aspetto più importante e meno roseo della “vita da startupper”.
Riconosci subito chi ha scelto il proprio lavoro (e non viceversa): la prima cosa che ama di più è farlo, la seconda è insegnarlo.
Marcello Orizi si esprime con l’entusiasmo e la freschezza che normalmente si hanno a sedici anni, quando non ci si è mai scontrati con la realtà. Eppure, con tutto ciò che ha realizzato, credo l’abbia sperimentata abbastanza. Avere a che fare con una persona così piena di energie e totalmente innamorata delle sfide e dei progetti va oltre l’apprendimento, diventa ispirazione.
Raimondo Bruschi, miniera di informazioni (e un sorriso rassicurante in grado di cancellare la fatica in un secondo), ha dedicato il suo libro “alle start-up che non cercano una exit strategy, ma una entry strategy nel mondo imprenditoriale”. Vi basta?
Per non parlare di Nicola Pirina, che magari non avrebbe mai risposto a una mia mail, e invece ha dedicato tempo e idee alla proposta, dandomi così tanti spunti e consigli che se mai dovessi riuscire a far decollare “I Raccomandati”, dovrei offrirgli più di una cena e ringraziamenti a mani giunte -da brava giapponesina-.
E come loro Agosti, Zoncu, Manunza e tanti altri che si stupivano quando continuavo a dargli del “lei”.
Momenti fantozziani, che portano dritti alla terza menzione.

Premio “Parla con me”.

Per una che vede nella collaborazione la base di ogni progetto di successo, la performance come team leader del fine settimana ha un po’ il sapore della sconfitta.
Nel momento in cui ho dovuto coordinare un team di otto persone, infatti, ho dato il peggio di me.
La ricetta del disastro? Le metodologie un po’ naif di formazione dei team hanno unito una founder giovane e inesperta… a un team altrettanto giovane, con poca esperienza lavorativa e quindi non ancora in grado di programmare e portare avanti i propri obiettivi in autonomia.

Com’è possibile che chi è in procinto di concludere un percorso formativo abbia ancora bisogno di indicazioni iper precise, quasi di essere preso per mano dal “capo”?
Immagino una telefonata fra me e un caporedattore a cui continuo a chiedere come dovrei fare il pezzo.
“Un pezzo su cosa? Cronaca, attualità, economia, cult…ok, cultura. Sì, ma…cultura cosa? Cinema, teatro, musica, libri…sì, ma…libri come? Rosa, gialli, narrativa, poesia, noir? Sì, ma…un giallo o un thriller? Ma un thriller appena pubblicato o un best-seller? Sì, ma…il protagonista dev’essere uomo o donna?”

Una telefonata del genere non potrebbe mai andare oltre la seconda domanda.

Ho avuto l’opportunità di imparare tante cose, arrivando a sfinire di domande i coach e l’unico membro del team più grande e “vissuto”.
Eppure anche il resto della squadra avrebbe voluto imparare il più possibile da quest’esperienza, dedicandole un weekend rubato al mare e alle belle giornate di sole di questo maggio isolano.
Non è soltanto colpa mia, ma siamo sicuri che sia colpa loro? Cosa c’è dietro alle lacune comunicative di un segmento di popolazione paradossalmente always on? Avendo puntato tutto su un progetto di ricerca dei tirocini, mi ritrovo a riflettere sul valore della mia proposta. E a sostenere in modo diverso e più maturo il bisogno di ridare dignità a uno strumento per il primo accesso al mondo del lavoro, le prime “lezioni di volo” per i giovani che sono sempre più preparati, eppure più insicuri che mai.
Vorrei che studenti e imprese ricominciassero a comunicare, che la nostra buffa arroganza venisse trasformata in umiltà e determinazione a migliorarsi, e che nuove sfide e prove da affrontare ci aiutassero a crescere, diventando persone -e non solo lavoratori- più autonome e responsabili.

E allora ben vengano le Startup Weekend di ogni genere.

Perché il lunedì successivo porta con sè nuovi inizi, e tanta voglia di reinventarsi.


Articolo a cura di Simona Durzu
Gallery: Tiscali.it
 

Don’t mess with a (designer) mom!

Considerate le opzioni a disposizione, dovremmo saper scegliere fra le linee aperte o gli schemi.

Fra la china e le sfumature, le rotte e i percorsi, il viaggio o la stabilità.

Eppure c’è chi, dopo aver conseguito una laurea per la sua capacità di apprendere le regole, sceglie di reinventarle e unirle alla propria visione delle cose. La storia della designer Carlotta Franzini è racchiusa fra le cuciture dei suoi accessori, in cui i toni neutri del cuoio incontrano i colori di stoffe popolate da fiori e animali: nel campo creativo, l’ironia è una cosa seria.

L’unione fra leggerezza e passione accompagna il percorso intrapreso dalla creazione delle prime borse, cominciata durante l’adolescenza, fino agli studi in Architettura e alla nascita del Carlottinalab nel 2005.

Nel 2012, con la volontà di chi sa porsi degli obiettivi ed evolvere, richiede il tirocinio presso lo studio della stilista Michaela Vargiu, che le permette di migliorare la tecnica artigianale e sperimentare l’utilizzo dei macchinari industriali. Pur avendo scelto di produrre solo creazioni interamente realizzate a mano, quest’esperienza resta un momento importante del suo apprendistato.

Sospese fra poesia e humour, le sue collezioni hanno nomi come “A fior di pelle”, serie nata da un’intuizione e realizzata unendo stoffe floreali vintage a pellami che ne richiamano i colori. Talvolta, i suoi accessori nascono al femminile ma seducono anche gli uomini, nel segno della capacità di risaltare la personalità di chi li indossa senza limitarla: è il caso della cartella “Il postino suona sempre due volte” e della belt-bag “La pistolera della domenica”.

Carlotta ci racconta le difficoltà di spiegare alle persone cosa significhi occuparsi di artigianato, un’attività che a volte viene considerata quasi come un hobby nonostante la mole di lavoro richiesta. Ricercare i materiali, disegnare e realizzare i modelli, gestire gli spazi sul web e le comunicazioni con i clienti: spesso, le giornate sfumano nelle notti in bianco, specie durante le feste o nei periodi in cui gli ordini scarseggiano e “Bisogna un po’ arrangiarsi”.

Quest’arte, ben più comune, comprende la partecipazione a esposizioni come l’Amazing Us Market, e l’incontro con le risorse online. Il sito personale e la promozione su portali internazionali di e-commerce come Buru-buru, Blomming e Big Cartel sono soluzioni che rappresentano una via d’uscita ai limiti economici, grazie alla possibilità di raggiungere clienti lontani dal punto di vista geografico, ma vicini per gusti e interessi. Il web le offre inoltre la possibilità di aggiornarsi, scambiare idee con altri creativi e trovare nuovi spunti sui magazine e le rassegne artistiche online.

L’ispirazione non si accontenta solo degli spazi che le vengono riservati e accompagna anche i momenti quotidiani, quando un colore o un dettaglio incontrati per caso durante una passeggiata divengono appunti mentali, uniti da un filo invisibile che condurrà alla prossima creazione.

In materia di passeggiate ispiratrici, può definirsi una vera maratoneta. Durante il percorso universitario, ha infatti approfittato di ogni possibilità per varcare i confini isolani, passando dall’Erasmus in Spagna ai tirocini in Cile e Argentina ; viaggi di cui conserva i ricordi di colori e materiali che tuttora ricerca, declinandoli nel suo linguaggio creativo.

Nella sua valigia trova posto anche la voglia di unire idee ed energie, come nella collaborazione spagnola con il Peka’s World e il tirocinio presso il marchio argentino Al Raz. Nascono così gli incontri creativi con Fabio Costantino Macis e Joe Bastardi, fino ad accompagnare Ilaria Porceddu sul palco di Sanremo 2013.

Quando la invitiamo a (ri)vestire i panni dell’architetto, descrivendoci nei dettagli il suo spazio lavorativo ideale, la risposta di Carlotta arriva dopo un battito di ciglia.

La location? Via Sulis, Castello oppure Via Santa Croce. Gli spazi? Ampi, luminosi, azzurri per creare e gialli per condividere libri e manufatti; ecologici con il pallet e gli oggetti di riuso, ricercati grazie a oggetti unici o di culto, come un frigorifero Smeg anni ’50 che ospiti le borse fresche di confezione.

Ci racconta del progetto pensato con un collega: un laboratorio collettivo che unisca la filosofia del coworking e della banca del tempo, nel quale artigiani e designer possano collaborare condividendo macchinari e materiali, per ridurre costi e tempi di produzione.

Riguardo ai progetti personali, poco più di due mesi fa Carlotta e il suo compagno hanno dato vita a una parte importante del loro: Giovanni. In un periodo in cui le famiglie di under 30 sono in netta minoranza e i figli considerati come un potenziale ostacolo allo sviluppo professionale, vale la pena riportare il punto di vista di chi riesce a smentire gli stereotipi sull’argomento, affermando di aver “Vissuto la gravidanza e questi primi mesi come un grande stimolo, scoprendo una forza che prima non avevo e la voglia di portare avanti nuovi sogni e possibilità”. La maternità viene affrontata come un viaggio, con la necessità di prendersi del tempo per conoscere un territorio nuovo, guidata dalla voglia di sperimentare senza attendere che ogni cosa sia certa, totalmente sicura e programmata. Certo, il suo è un percorso lavorativo e personale fatto di scelte che richiedono forza di volontà, passione e doti d’improvvisazione.

E in questo, raggiunge il vero scopo di ogni creativo: quello di stimolare all’azione e ispirare un cambiamento.

Articolo e Gallery a cura di Simona Durzu